Oggi si celebra la nascita della Repubblica perché il 2 e il 3 giugno 1946 si è tenuto il referendum con il quale è stato chiesto agli italiani e alle italiane di decidere quale forma di Stato dare al nostro Paese. Votarono a favore della Repubblica il 54,3% e, per la prima volta, vi fu la partecipazione anche delle donne. La foto, divenuta in seguito "simbolo" dei festeggiamenti per l'esito del referendum, ritrae il volto di una giovane donna che sbuca da una copia de Il Nuovo Corriere della Sera del 6 giugno 1946 con il titolo «È nata la Repubblica Italiana». La foto fu scattata da Federico Patellani per il settimanale Tempo come parte di un servizio fotografico celebrativo della Repubblica e del nuovo ruolo della donna; fu proposta anche in prima pagina dallo stesso Corriere della Sera e in seguito riutilizzata in moltissime campagne e manifesti. L'originale è conservato presso il Museo di fotografia contemporanea che si trova a Cinisello Balsamo . Solo nel 2016 la donna fu identificata come Anna Iberti (1922-1997). Questa fotografia mi ha fatto pensare al respiro, al futuro, alla speranza al passaggio dal buio alla luce .. come una levata verso il cielo in cerca di un nuovo azzurro, di una nuova aria che tutti e tutte si sarebbe potuta respirare pubblicamente. Sono passati 78 anni e forse ci siamo abituati al pensiero di una rendita perpetua ricevuta dalle mani di chi si è visto strappare la vita sotto i colpi di una dittatura che è stata spaventosa e che dovremmo ogni giorno ricordarci cos’è stata, e quanto orrore ha inferto, per tenere lontano il pericolo che possa tornare. Oggi quell’aria, che quasi esce frizzante da questa fotografia, mi sembra più che mai pesante e ombrosa. Assistiamo ogni giorno ad un imbruttimento delle relazioni, delle parole e dei gesti. La soglia di tollerabilità verso la violenza fisica e verbale mi pare si sia alzata e che al concetto di res pubblica si faccia sempre più strada quello di res privata dell’egocentrismo e dell’egoismo. Gli ingredienti per la rinascita di schemi lontani dalla democrazia sono tutti sotto i nostri occhi, tra le dita che rimbalzano sulle nostre tastiere e tra le nostre labbra. Talmente subdoli da apparirci innocui, talmente tanti da averci assuefatti. Ed è proprio tratteggiando e mettendo in comunicazione questi fili sottili che l’odio si trasforma in ragnatela, in una trappola nella quale rischiamo di cadere. Fateci caso .. fate caso alle parole, ai concetti e alle suggestioni che hanno ormai tanta diffusione “C’è bisogno di ordine - c’è bisogno di disciplina - c’è bisogno di regole - c’è bisogno di distinguere e difendere l’identità Italiana e preservarla dalle altre”. Non vi dicono nulla queste frasi? Non vi fanno un po’ paura? Nulla spaventosamente riecheggia tra i vostri timpani? A me di paura ne fanno molta e non credo che il popolo italiano necessiti di essere messo in divisa, in riga, in regola e guidato dalle saccenti autoritarie idee scese dall’alto. Dobbiamo credere nella bellezza di un popolo multietnico, aperto come lo sono le nostre meravigliose sponde che accolgono il mare e soleggiato come le spighe dei nostri campi dorati. E’ necessario credere nell’importanza della diversità perché siamo tutti e tutte splendidamente diverse con il diritto ad esistere e a portare nel mondo un pezzettino del nostro spirito. Allora per festeggiare questa repubblica, questa casa di ognuno, direi che potremmo iniziare proprio da qui. Da questo cortile nel quale miglia, anzi milioni, di passi si sono poggiati su questi sassi. Le orme di persone che ci hanno creduto ad un posto migliore e che hanno lavorato per un bene più alto, per un bene collettivo. Quelle orme che sono le stesse sulle quali poggiamo i nostri piedi Dovremmo smettere di pensare che “il fine giustifica i mezzi” perché quei mezzi siamo noi, perché i mezzi identificano le persone che siamo e quelle che vogliamo essere perché tutto è nelle nostre mani, perché tutto è frutto di decisioni precise e quelle decisioni che ogni giorno siamo chiamati a prendere raccontano di noi. Interrogandomi su cosa sia per me la repubblica mi sono chiesto se anche ogni singola persona non sia una parte di qualcosa di pubblico. Il nostro copro, la nostra esistenza è pubblica? Mi sono risposto di sì. L’essere umano è l’espressione di quanto di più pubblico possa esserci. Le nostre stesse vite sono quel bene pubblico che anima le nostre strade. Pertanto abbiamo tutti e tutte delle grandi responsabilità reciproche e tutte e tutti siamo estremamente preziose e preziosi perché siamo incatenati gli UNI nella vita degli altri e dunque abbiamo l’obbligo di prenderci cura di noi stessi perché ciò significa farlo anche verso la collettività. Se c’è una cosa che ho capito in questi cinque è che il fine ultimo del nostro vivere è accompagnare e lasciare che altri ci accompagnino. Verso un progetto, una decisione, talvolta anche qualcosa che potrà rivelarsi da cambiare ma che, sicuramente, avrà qualcosa da insegnare. Ci tenevo oggi a condividere le parole che porterò nel cuore: la cura e l’accompagnamento. Il 2 giugno è un’occasione per ricordarci quanto abbiamo da perdere e questo accade ogni qualvolta perdiamo di vista il senso profondo della democrazia e della libertà e ci lasciamo sopraffare da questioni molto più spicciole che ci allontanano da quel fulcro essenziale dal quale proveniamo e che ci permette, oggi, di esprimere liberamente la nostra opinione. Se ci riflettiamo non possediamo davvero nulla sulla terra e non portiamo via nulla da essa, tutto ciò che possiamo fare è lasciare un senso di noi, contribuire con le nostre azioni a lasciare una piccola essenza come un seme nella speranza che diventi un fiore nella vita di qualcun altro. Possiamo solo trasformare e condividere. Altri prima di noi son stati in questo cortile e altre e altri dopo di noi si scambieranno idee e propositi. Forse allora l’unica vera domanda da porci è: quale aria vogliamo che respirino i nostri figli e le nostre figlie? Impegniamoci a lasciargli quella della libertà e della cura facendo scudo e barriera ad ogni avanzata di violenza e sopraffazione. Ho visto in biblioteca le fotografie dei nostri anziani e delle nostre anziane. Mi ha assalito un profondo senso di famiglia, guardavo quegli occhi fiammanti delle scolaresche e quelli innamorati delle spose e degli sposi ritratti. Quanti sogni e speranze hanno camminato nei corridoi della vita di questo Paese e ognuno ha contribuito a rendere l’immagine dello stesso che oggi ci cattura di meraviglia. Perché tutto ciò possa continuare e per rendere onore a chi è stato qui prima di noi e con tanto coraggio ci ha consegnato la libertà stringiamoci a difesa della Repubblica e in protezione di chi necessita le nostre cure e di essere accompagnato anche se, magari, solo per un breve tratto della sua vita. Nella mia di vita Tromello è stata di grande importanza e mi avete fatto un dono inimmaginabile. Spero di essere stato all’altezza del ruolo importante che mi avete consegnato. Spero che aver potuto indossare questo maestoso tricolore sia per voi, ragazze e ragazzi, la prova che nella vita tutto è possibile. Alla vostra età non avrei mai nemmeno lontanamente sognato di essere qui oggi avanti a voi avanti a questo Paese. Volevo ringraziare chi mi ha concesso questa opportunità ed esortare soprattutto i giovani, che oggi hanno grandi sfide davanti a sé, ad avere fiducia nel loro potenziale, a cercare il proprio e a coltivare la fiducia verso sé stessi e verso il mondo che creeranno. I sogni possono davvero diventare realtà. Lascio in questo cortile, ad ognuno, l’augurio di rinascere ogni giorno con un sorriso di speranza. Grazie e Buon 2 giugno 2024
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